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Free searchos Topic dsearchra Php dal Dating omsearchnto in 2053 cui parla di aggressività.
La sintesi degli studi prettamente psicologici che seguirà, parte da
questo sintetico tentativo di inquadrare la questione. Essa, per evitare dispersività,
percorrerà una sorta di via centrale della psicologia, suddivisa per
comodità espositiva in studi della psicologia sperimentale e clinico-dinamica,
però tralasciando quell’importante area di confine tra psicologia
ed altre discipline, nella quale vi sono i contributi di scienze come la psico-fisiologia,
la psicologia animale o la psichiatria.
L’aggressività dal punto di vista della psicologia sociale sperimentale
Gli studi psicologici sociali sperimentali sull’aggressività trattano l’argomento facendo uso della sperimentazione e dell’empirismo e da sempre sono più predisposti all’individuazione delle cause esterne - ambientali - che possono attivare comportamenti aggressivi.
La tradizione sperimentalista
sull’aggressività può essere fatta risalire a Ivan Petrovic
Pavlov e ai suoi studi rigorosamente scientifici sui cani e sulle secrezioni
endocrine generate da stimoli ambientali particolarmente organizzati nelle sequenza
temporale (Pavlov, 1936).
Pavlov in questo modo, anche con eleganza e rigore epistemologico, dà
un grosso contributo alla psicologia, disvelando alcuni fenomeni di apprendimento
– il Condizionamento Classico – che delineano un chiaro rapporto
tra la modalità di presentazione degli stimoli ambientali e la capacità
fisiologica di modificare le proprie risposte istintive, gettando così
un primo ponte relazionale tra ambiente e soma.
Su questa linea di studi, Pavlov si concentra anche sulle risposte fisiologiche
aggressive e sull’associazione di stimoli che hanno potere di scatenarle
o inibirle, mettendo in evidenza soprattutto il rapporto tra istinto di alimentazione
e quello aggressivo.
In questa direzione l’aggressività
assume valore di istinto come la fame, e l’autore fa osservare che l’istinto
ad alimentarsi è più potente ed inibente dell’istinto di
aggressività: un animale in uno stato di aggressività tenderà
a diminuire la stessa a favore di un comportamento di alimentazione, se la scelta
è tra mangiare ed aggredire.
Emerge così un principio di funzionamento istintuale, dove la direzione
dell’eccitamento è determinata dalla forza relativa a dei centri
che hanno azione reciproca e contraria.
Successivamente, a partire da questi studi si osserverà che, nonostante
la frequenza delle dinamiche sopra indicate, sussistono delle eccezioni alla
prevalenza dell’istinto all’alimentazione, laddove lo stimolo doloroso
e scatenante aggressività sia molto forte (Le Ny e Montpellier, 1968).
Comunque con i suoi studi
Pavlov permette di comprendere come può essere stimolata l’aggressività
(associazione di stimoli), dando un carattere opportunistico all’istinto
aggressivo e collocando lo stesso, in pieno spirito darwiniano, fra gli istinti
necessari all’adattamento della specie.
Sulla linea sperimentalista, negli anni trenta il tema aggressività è
affrontato anche da Burrhus Federic Skinner nei suoi studi sull’apprendimento,
poi definito Apprendimento Operante (Skinner, 1969), per via del ruolo attivo-operativo
del soggetto e della sua capacità di creare, nel processo di condizionamento,
comportamenti nuovi e non ancorati a riflessi o istinti biologici.
In queste ricerche l’aggressività è un comportamento modulabile
con programmi di rinforzi positivi (premi) o negativi (punizioni) (Skinner,
1969), strettamente legato alla reciprocità relazionale e di cui, secondo
l’autore, la società ha grosse responsabilità nel promuoverla
o nel controllarla ed inibirla.
Skinner vede due tipi di aggressività a partire dagli effetti che essa crea sull’altro: una filogenetica ed una ontogenetica. L’aggressività filogenetica è istintuale e funzionale alla specie dal momento che essa rappresenterebbe, attraverso la lotta con unghie e denti, l’archeitipo della selezione naturale e ad essa viene attribuita una qualità morale buona, dal momento che non porta automaticamente ad una aggressività finalizzata a fare del male. Diversamente, l’aggressività ontogenetica rappresenta l’agito orientato a “fare del male”, che si genera in quanto previsto dalla società, spesso rinforzato dalla stessa ed efficace al punto da strutturarlo nel carattere collettivo e soggettivo.
L’autore approfondisce l’aggressività ontogenetica ed innanzitutto, da buon pragmatista, sostiene che qualsiasi agito aggressivo si voglia considerare, anche il suicidio, ha sempre uno scopo positivo e rinforzante che giustifica l’aggressività. Sottolinea poi come l’aggressività sia l’esito della reciprocità intrinseca alla relazione, dal momento che relazionare in modo aggressivo comporta nell’altro altrettanta aggressività, con il rischio di generare una escalation di aggressività. Paradossalmente però Skinner mette in guardia dal rispondere con affetto e amore all’aggressività, in quanto l’affetto e l’amore vengono vissuti dal soggetto aggressivo come una “vincita” sull’atro e quindi come un rinforzo positivo che sostiene l’aggressività stessa (Skinner, 1971).
Pertanto Skinner, che si pone il problema sociale di come abbassare il livello di aggressività ontogenetica, sostiene che la stessa non può essere trattata unicamente con un sistema sociale punitivo: dal suo punto di vista significherebbe spostare l’attore aggressivo dal soggetto alla istituzione e significherebbe creare le condizioni per aumentare l’aggressività ontogenetica, visto che egli ha ben dimostrato come rinforzi negativi, e una risposta aggressiva aumentino il livello complessivo di aggressività.
In questo senso, l’autore
propone una sua soluzione sociale al problema dell’aggressività
ontogenetica, che passa dalla moralizzazione della società, che non deve
più comunicare l’efficacia della violenza e che deve controllare
i comportamenti aggressivi per mezzo dell’impegno delle persone su attività
che permettano di occupare il tempo e scaricare l’aggressività:
per lui è un buon esempio lo sport (Skinner, 1971).
Sempre negli stessi anni di Skinner e sempre negli USA, John Dollard, insieme
ai suoi collaboratori, è un altro autore sperimentale che dà un
contributo alla conoscenza dell’aggressività.
Egli, pur sperimentalista,
parte dai lavori di Freud e, con un buon impianto di ricerca, arriva a sostenere
che l’aggressività è sempre la conseguenza di una frustrazione
e che una condizione frustrante conduce sempre ad agiti aggressivi ( Dollard
e al., 1939).
Questa teoria di Dollard, però, non giunge del tutto nuova, visto che
già in precedenza vari autori di diversa provenienza avevano sottolineato
il rapporto tra il sentirsi frustrati e il reagire in modo aggressivo (6).
Nonostante il grande interesse che questa teoria suscitò all’epoca,
presto fu ridimensionata nel dimostrare l’inesistenza di un rapporto strettamente
biunivoco tra frustrazione ed aggressività (7)
.
Quello che invece rimane interessante del lavoro di Dollard, aldilà dello
scientismo dato a fenomeni mentali già ampiamente individuati e descritti
da Freud (Freud, 1905, 1920, 1922), è l’aver isolato e ragionato
sulla variabile dell’inibizione degli atti aggressivi. Egli sottolinea
che l’aggressività è difficilmente controllabile sul piano
on/off, mentre lo è di più su un piano di palesità o non
palesità. Come dire che l’aggressività non può essere
più di tanto inibita, mentre per timore di punizioni, può non
essere visibile, non palese (Dollard, 1939).
Se gli autori considerati
fino ad ora hanno preso l’aggressività più da una prospettiva
personologica, segue un importante autore, Kurt Lewin, che invece considera
la questione da una prospettiva più gruppale.
Lewin legge l’aggressività all’interno di un modello che
considera il comportamento come l’esito dell’incontro tra persona
ed ambiente psicologico (Lewin, 1939), dove la struttura collettiva e il clima
gruppale possono incidere sul comportamento del soggetto più di quanto
possano fare le sue istanze mentali interne.
Così per Lewin l’aggressività
risulta da molti fattori ambientali e personali, che possono favorire o inibire
lo stesso comportamento sulla base dell’andamento delle forze in campo
(forze personali e gruppali).
Sovrapponendo gruppo a persona, nel senso che vede in entrambi identiche dinamiche
di coesione e strutturazione tra parti che definisce interdipendenti (Lewin,
1939), Lewin contribuisce alla comprensione dell’aggressività espressa
dai gruppi e dai rapporto tra i ruoli riconosciuti all’interno degli stessi
(8) .
In particolare, risulta interessante la sottolineatura sul rapporto tra sentimento
di tensione ed aggressività e sugli effetti dell’aggressività
determinati dal gradi di rigidità del gruppo.
Il grado di tensione necessario
a generare aggressività è dato dal grado di irritazione proveniente
dall’esterno (stimoli percepiti come disequilibranti), dalla pressione
relazionale esercitata da colui che ricopre il ruolo di leader e dallo spazio
fisico all’interno del quale ci si può muovere, aspetti che sulla
base della loro intensità e frequenza generano la forza propulsiva dell’aggressività.
Questo dinamismo a sua volta deve tenere conto del clima gruppale e di quanto
questo permetta l’agito aggressivo: un clima di punibilità e una
rigidità strutturale del gruppo fanno aumentare l’aggressività.
Così l’autore
mette in evidenza la multifattorialità dell’agito aggressivo, ma
soprattutto evidenzia il rapporto sociale tra clima ed aggressività,
ponendo l’accento sulla flessibilità funzionale e sulla capacità
espressiva del gruppo, che possono accentuare o meno l’aggressività
nel gruppo stesso.
In fine, anche Lewin sottolinea la responsabilità della società
e della cultura in generale, poiché dimostra continuamente l’efficacia
del comportamento aggressivo anziché sottolineare come la via aggressiva
sia “una via differente” rispetto a clima, riti, norme del gruppo
e della società (Lewin, 1939).
Più vicino ai giorni
nostri è invece il grande lavoro condotto da Stanley Milgram, sempre
negli Stati Uniti, in particolar modo sui temi del conformismo, del condizionamento
sociale e dell’obbedienza.
Proprio dallo studio dell’obbedienza derivano i contributi più
importanti che l’autore dà al tema aggressività (Milgram,
1963).
Milgram (Milgram, 1974) parte dal domandarsi quanto una persona che per valori
e principi è contraria a fare del male, sotto pressione di un comando
sia disposta ad essere aggressiva e violenta.
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